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4 novembre 2008

Stand for Change 4/11/2008

Obama for President



Nell’ottobre del 2006 Time pubblicò in copertina il primissimo piano di un politico americano emergente. Senatore di nuova esperienza, un avvocato eletto nell’Illinois, carico dell’esperienza da assistente sociale e di frequentazioni assidue nella chiesa evangelica. A contatto strettissimo con i cittadini di Chicago, toccato e ascoltato durante gli incontri pubblici, riconosciuto dai poveri nei quartieri, ma dall’aria intellettuale vagamente east coast. Un tipo decisamente nuovo rispetto ai politici alla ribalta sulla scena americana, almeno per la singolare biografia. Madre e padre non sposati, lei del Kansas lui keniota, nato alle Hawaii, infanzia in Indonesia, laurea ad Harvard, una vita costruita per scelta a Chicago, il lavoro come specializzato in diritti civili in un piccolo studio legale. Eppure Time buttava lì: “Ecco perchè Barak Obama può essere il prossimo presidente”. La maggior parte degli americani non sapeva neppure chi fosse.

Chissà se quelli di Time ci credessero davvero. Due anni fa John McCain era già un senatore conosciuto e rispettato, già in precedenza attraversato dalle tentazioni presidenziali. In linea con Bush, ma anche no. Sì alla guerra in Iraq, ma no alle politiche sugli immigrati per dirne una. Maverick, uno che va un po’ da sé, lo chiamavano così, forse anche perché il suo Arizona suggerisce sapori da frontiera del west. Poi ultimamente è andata in modo diverso, la complessità dell’elettorato del Grand Old Party ha suggerito a McCain di rispolverare una linea conservatrice più ortodossa, un po’ di vena prolife è più timidezza sulle unioni gay, addirittura una candidata vice con fucile in mano e religiosità militante. Obama nei mesi si è fatto conoscere e si è candidato, ha vinto le primarie cominciando a sorpresa dall’Iowa, ha coinvolto persone come mai si erano viste, ha spostato la convention Democrats addirittura in uno stadio di football da novantamila posti. È diventato una specie di rockstar planetaria, ha pure trovato due giorni di tempo in campagna elettorale per salutare ad Honolulu la nonna morente.

E ora si vota. Insomma sì, sembra incredibile, ma questo Obama è arrivato a giocarsela. Una decina di anni fa non riuscì neppure a farsi accreditare per partecipare alla convention democratica. McCain ci prova fino alla fine, gira sei stati in un giorno, alza le braccia quel tanto che può per scaldare la folla e pigliarsi gli ultimi voti. Ha 72 anni, ma una forza incredibile. Riconoscerà pure lui di essersi trovato a competere in un momento sfortunato. Un nero alla Casa Bianca, proprio ora che i suprematisti bianchi orfani del KKK si riorganizzano nel sud. McCain corre contro la storia che si compie, una cosa che si era vista solo nei film con Morgan Freeman e nei telefilm con Kiefer Sutherland. Ed un Paese che prova a chiudere il cerchio con la naturalezza di un evento che ormai è tanto epocale quanto atteso. La mia idea (o il mio pronostico) è che Obama vincerà, ma non stravincerà: secondo me prende tra i 270 e i 290 grandi elettori, ma fa lo stesso.

Basta a cambiare le cose. Domani potrebbe essere davvero un altro giorno.

Fabio Maccione




permalink | inviato da sergioragone il 4/11/2008 alle 11:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


16 ottobre 2008

Stand for Change 16/10/2008

Obama Vs McCain. Joe Vs la crisi economica

McCain non è l’ultimo degli sprovveduti, diciamolo. È un serio senatore dell’Arizona che da posizioni spesso indipendenti e spesso di minoranza si è sempre fatto valere nel Partito Repubblicano e sulla scena politica americana. Pare che addirittura Obama starebbe pensando di assegnarli qualche ruolo dopo la conquista della Casa Bianca. Ed è uno che ce la mette tutta McCain, come dimostra l’ultimo dibattito della scorsa notte dove John sfodera la migliore performance delle ultime settimane. Però non c’è niente da fare, il momento non è il suo. Il momento è quello della crisi finanziaria che si trasforma in crisi economica, della morente (in termini di scadenza di mandato) amministrazione Bush che agli occhi degli elettori ha fallito proprio sul piano economico, ed è il momento di Barack Obama, che in realtà il suo momento di gloria lo sta vivendo ormai da mesi, seppure tra alti e bassi, e che sull’economia riesce a fare la differenza.
Per quanto alcuni commentatori hanno sottolineato un McCain dal profilo convincente, gli spettatori sono stati netti e attraverso i sondaggi di CBS e CNN si dicono più convinti dal candidato democratico.  Quando McCain tira fuori l’aggressività perde di credibilità e appare meno controllato mentre Barack è sempre freddo, dà un’impressione di costante lucidità, di tanto in tanto fissa dritto la telecamera quasi si volesse sedere di fianco a chi lo ascolta, ha sempre la risposta pronta. Anche quando si tirano in ballo le sue amicizie con l’ex dinamitardo Bill Ayers, argomento che poco appassiona gli elettori. 

McCain ci prova: “io non sono Bush, se voleva candidarsi contro Bush doveva farlo 4 anni fa”, ma Obama è pronto e in un attimo sottolinea il sostegno del senatore dell’Arizona a molte posizioni di George W. In questo dibattito spunta anche –finalmente- il tema dell’aborto. Uno degli argomenti sui quali Obama –vicino alla chiesa evangelica- ha mantenuto ambiguità da sempre. Barack parla da democrat, difende la libertà di scelta delle donne, McCain gli dà dell’estremista. 

E poi c’è Joe Wurzelbacher. Joe è ormai l’idraulico più famoso dell’Ohio e vorrebbe comprarsi l’azienda per la quale lavora con i propri risparmi. Ha chiesto giorni fa ad Obama lumi sulle sue proposte fiscali, ha detto che è preoccupato, che non vorrebbe vedersi alzare le tasse, si è detto poco convinto della risposta di Obama. McCain lo porta ad esempio per dimostrare che i Democratici metteranno le mani nelle tasche dei cittadini. Obama –geniale- ha invece sul suo sito web un calcolatore della tassazione per come dovrebbe essere secondo la futura amministrazione democratica e tutti possono vedere in tempi reali quanto in più o in meno dovranno pagare. Obama in tv risponde così, facendo zero con la mano ad indicare l’aumento delle tasse per Joe e per molti altri del ceto medio. 

Contraddittori questi americani medi che, per dirla con Zucconi, buttano via 1000 miliardi di dollari nella guerra in Iraq, ma si rifiutano di spendere 35 miliardi in più per una copertura sanitaria per quattro milioni di bambini in più. Intanto molti nel MidWest, ma anche a New York, si impoveriscono e perdono casa e assicurazione sanitaria e lavoro. C’è la crisi insomma e pure i costumi di Halloween pare non li compri davvero nessuno quest’anno. Alcuni restano ricchi e diventano più ricchi e pure i dirigenti della AIG, sull’orlo della bancarotta e salvata dal governo, se ne vanno in vacanza premio a spese dell’azienda (e quindi grazie agli aiuti statali e cioè a spese dei contribuenti) a 1500 dollari a notte.

L’idraulico Joe Wurzelbacher, intervistato dalla Fox, ha commentato su Obama: "Mi ha un po' spaventato, dice che vuole redistribuire la ricchezza ma a me sembra una cosa socialista”. A noi, piccoli piccoli, sembra più che altro una cosa di buon senso. 


Fabio Maccione




permalink | inviato da sergioragone il 16/10/2008 alle 14:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


31 agosto 2008

Stand for change 31/08/2008




permalink | inviato da sergioragone il 31/8/2008 alle 11:41 | Versione per la stampa


4 giugno 2008

Stand for Change 4/06/2009

Game Over. Game starts. This is our time to turn the page.
da Los Angeles, California. 8.45am


Tra le tante possibili la scelta della cravatta azzurrina non è la migliore per il discorso della vittoria. Ma fortunatamente si tratta di discutere di piccolezze come questa. Dopo l’ultima tornata di primarie Barack Obama annuncia la vittoria in un clima di entusiasmo pazzesco e lancia la sfida a John McCain e al partito repubblicano di George Bush. This is our time to turn the page. La cronaca: i delegati di Florida e Michigan sono riammessi ma contano la metà, Obama ha lasciato la controversa chiesa di appartenenza, Hillary Clinton vince in Portorico e South Dakota, Obama avanza di 17 punti in Montana. Nelle ultime ore si erano visti via via sempre più superdelegati schierarsi col senatore dell’Illinois, in modo che prima di sapere il risultato degli ultimi due stati Obama sapeva di aver bisogno di conquistare ancora 12 delegati per avere la nomination. Hillary Clinton ha provato a lanciare gli ultimi appelli ai superdelegati chiedendo di puntare su di lei, ma era ed è chiaro che la Clinton non vuole apparire sconfitta dagli elettori e sta facendo di tutto per strappare il massimo possibile da Obama, riservandosi poi di decidere. A seguire le battute finali della campagna delle primarie qui dagli Stati Uniti appare come se Clinton si muovesse in una dimensione a parte. Con Obama che già da un po’ fa campagna contro i repubblicani, con tutti i media che parlano della sfida tra Barack e John McCain e si interrogano se la Clinton sarà o meno vicepresidente, Hillary fino a stamattina continuava a parlare da competitor per la nomination. Tattica probabilmente, ed infatti Bill Clinton affermava ieri che probabilmente sarebbe stato l’ultimo giorno di campagna presidenziale della sua vita (si sa: i coniugi fanno campagna da protagonisti negli States, figurarsi Bill). E la stessa Hillary stamattina si lasciava scappare che avrebbe fatto di tutto per sostenere e unire il Partito Democratico contro i Repubblicani. Obama, dalla sua parte, da giorni lancia attestati di stima a Hillary, l’ultimo poco fa quando ha dichiarato che Hillary ha fatto la storia in queste primarie.

La CNN conta per Obama 2156 delegati complessivi sui 2118 necessari per la nomination. Dunque, game over. Eppure Candy Crawley, inviata da New York per seguire il discorso della Clinton, ha parlato di un luogo che sembrava separato dal resto del mondo, con i supporters che parlavano di Hillary presidente, senza la cognizione di quello che stesse accadendo. L’applauso maggiore Hillary l’ha ricevuto quando ha detto che non avrebbe preso decisioni per stanotte.
Proprio mentre scrivo ci si chiede se Hillary aspiri alla vicepresidenza. La MCNBC dà l’ambizione clintoniana quasi per certa, mentre la Fox News pur sottolineando la dichiarazione della Clinton (sarò al fianco di Obama nella campagna elettorale), rilancia le perplessità dello staff obamiano nel chiedere il ticket con la Clinton. Non è un mistero che Barack non la vorrebbe nella sua squadra di governo, ma è pur vero che i risultati poco lusinghieri del MidWest e del decisivo Ohio potrebbero suggerire di corteggiare Hillary. Obama un paio di giorni fa ha parlato della Clintom come di una risorsa (ha usato la parola “asset”) per la prossima campagna presidenziale. Pare che per il momento non ci saranno dichiarazioni ufficiali di Hillary. La mia impressione è che se Clinton sarà ufficialmente disponibile sarà il candidato vicepresidente. Per Obama sarebbe un vantaggio elettorale enorme. Pare comunque che i due si siano sentiti pochi minuti fa a telefono, dopo aver fallito un primo tentativo,, si sa i cellulari non è che abbiano sempre campo (sì, raccontano anche queste cose). Hillary si sarebbe congratulata assicurando di farsi risentire al più presto. McCain, dalla sua, sta provando più o meno esplicitamente a corteggiare i sostenitori di Hillary. Il vantaggio iniziale –i sondaggi Gallup danno Obama vincente a novembre- dei Democratici me l’ha spiegato il tassista che domenica mi ha portato da LA Downtown a Venice Beach: la situazione economica è un disastro, e la situazione economica è colpa dei repubblicani al governo. Inoltre si continuano a buttare soldi nella guerra in Iraq. Se vinceranno ancora i Republicans gli Stati Uniti saranno un paese finito. McCain andava forte perchè era un maverick, uno indipendente, andava per la sua strada. Ora è il candidato ufficiale dei repubblicani e non fa molto per segnare la discontinuità con Bush. È vero che in California si vota democratico, ma la considerazione mi pare generale.

Intanto le associazioni di immigrati latini (come quelli della campagna Legalize LA) ed il governatore del New Mexico Bill Richardson (uno dei nomi in lizza per la vicepresidenza o almeno per il governo) si muovono per garantire ad Obama il consenso degli ispanici. Parte la campagna “Divided We Fail” (www.dividedwefail.org) per ricompattare i supporters democratici. Si cominciano a snocciolare i temi della campagna per le elezioni presidenziali: la politica internazionale multilaterale, il costo della benzina, l’immigrazione illegale e soprattutto la situazione economica ed il sistema sanitario. Il fatto che in questo paese finalmente si parli con attenzione e con realismo programmatico di copertura sanitaria per tutti è un’innovazione straordinaria ed enorme. Forse la maggiore novità politica di questo scorcio di campagna elettorale americana.

Fabio Maccione
(che è l'unico in foto
senza la maglietta di Obama)




permalink | inviato da sergioragone il 4/6/2008 alle 9:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


22 maggio 2008

Stand for Change 22/05/08

what tomorrow could mean

In Kentucky i bianchi sono oltre l’89% della popolazione. I protestanti arrivano al 70%, ed oltre un terzo degli elettori della Clinton si è lasciato sinceramente condizionare dal colore della pelle dei due contendenti votando nelle primarie. Il governatore Steve Beshear è democratico e la pena di morte si applica con iniezione letale, i nativi Chicasaw sono –eventulamente- solo un ricordo, lo stato è rurale e rappresenta per eccellenza (e iconograficamente) la provincia americana.
L’Oregon sembrerebbe lo stato più “liberal” degli USA e il fatto che si trovi tra lo stato di Washington e la California, tra Los Angeles e Seattle, dice tutto. Il 40% della popolazione non è religioso, l’ambientalismo è un sentire comune, la scolarità è altissima ed il clima temperato. L’università dello stato è considerata la più “di sinistra” d’America: solo 7 sarebbero i professori repubblicani. Il governatore Ted Kulongoski è democratico e l’iniezione letale c’è pure qui.
Hillary Clinton vince in Kentucky, Barack Obama vince in Oregon ed è ormai quasi ufficialmente il candidato. Dando per certa la nomination del senatore dell’Illinois, a voler fare un’analisi in vista delle prossime presidenziali, il punto debole dei democratici sta negli stati attraversati dalla profonda provincia americana, a partire dal Midwest, dove la società è tendenzialmente più chiusa, la crisi economica tendenzialmente si fa sentire di più, dove il college è tendenzialmente meno frequentato e dove –tendenzialmente- il colore della pelle conta ancora qualcosa.

Ho pochi dubbi, invece, sulle possibilità di Obama di recuperare consenso in aree tradizionalmente progressiste come California o New York, dove pure Hillary ha vinto le primarie (e dove, per un accidente del destino o magari per incapacità democratica, governano i repubblicani). È per questo che oggi conta il partito, la leadership di mediazione di Howard Dean, il peso sociale di Al Gore e l’influenza politica sui parlamentari di Nancy Pelosi. La Clinton può essere determinante in molte aree se sostenesse con convinzione Barack, questo è chiaro. Si deve rimettere assieme il partito democratico dietro una missione che aderisce al ricambio generazionale della classe dirigente d’America e che sta avvenendo lentamente  in questi anni dalle università ai governi locali, dalla banca centrale alle corti di giustizia, forse anche nell’esercito. Un presidente come McCain, seppure in parziale discontinuità con Bush, sarebbe in controtendenza. Il senso del cambiamento è forte e l’America vuole percepirlo visivamente. Barack Obama ha chances perché è l’uomo del cambiamento nel momento del cambiamento.

Hillary non vuole mollare, nonostante oggi abbia la certezza matematica di non poter avere la maggioranza dei delegati eletti. Chiede ai superdelegati di ribaltare il voto popolare, ma in realtà pur sperando prende tempo per trattare la resa. La mossa di Obama di organizzare un evento in Iowa per dirsi (quasi)certo della nomination serviva a richiamare il buon senso dei Democrats e per spostare l’attenzione su McCain, ma serviva anche a spiazzare lo staff della Clinton per farle accettare la sconfitta senza troppe pretese. Hillary tiene testa e continua, per lo meno vuole discutere del come. Sa che a giugno, nei tre stati rimasti, potrebbe vincere un po’ più di Obama e dunque scegliere di sostenerlo ricordandogli che si tratta pur sempre di Hillary Clinton.

Fabio Maccione




permalink | inviato da sergioragone il 22/5/2008 alle 0:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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