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Stand for Change 22/05/08

what tomorrow could mean

In Kentucky i bianchi sono oltre l’89% della popolazione. I protestanti arrivano al 70%, ed oltre un terzo degli elettori della Clinton si è lasciato sinceramente condizionare dal colore della pelle dei due contendenti votando nelle primarie. Il governatore Steve Beshear è democratico e la pena di morte si applica con iniezione letale, i nativi Chicasaw sono –eventulamente- solo un ricordo, lo stato è rurale e rappresenta per eccellenza (e iconograficamente) la provincia americana.
L’Oregon sembrerebbe lo stato più “liberal” degli USA e il fatto che si trovi tra lo stato di Washington e la California, tra Los Angeles e Seattle, dice tutto. Il 40% della popolazione non è religioso, l’ambientalismo è un sentire comune, la scolarità è altissima ed il clima temperato. L’università dello stato è considerata la più “di sinistra” d’America: solo 7 sarebbero i professori repubblicani. Il governatore Ted Kulongoski è democratico e l’iniezione letale c’è pure qui.
Hillary Clinton vince in Kentucky, Barack Obama vince in Oregon ed è ormai quasi ufficialmente il candidato. Dando per certa la nomination del senatore dell’Illinois, a voler fare un’analisi in vista delle prossime presidenziali, il punto debole dei democratici sta negli stati attraversati dalla profonda provincia americana, a partire dal Midwest, dove la società è tendenzialmente più chiusa, la crisi economica tendenzialmente si fa sentire di più, dove il college è tendenzialmente meno frequentato e dove –tendenzialmente- il colore della pelle conta ancora qualcosa.

Ho pochi dubbi, invece, sulle possibilità di Obama di recuperare consenso in aree tradizionalmente progressiste come California o New York, dove pure Hillary ha vinto le primarie (e dove, per un accidente del destino o magari per incapacità democratica, governano i repubblicani). È per questo che oggi conta il partito, la leadership di mediazione di Howard Dean, il peso sociale di Al Gore e l’influenza politica sui parlamentari di Nancy Pelosi. La Clinton può essere determinante in molte aree se sostenesse con convinzione Barack, questo è chiaro. Si deve rimettere assieme il partito democratico dietro una missione che aderisce al ricambio generazionale della classe dirigente d’America e che sta avvenendo lentamente  in questi anni dalle università ai governi locali, dalla banca centrale alle corti di giustizia, forse anche nell’esercito. Un presidente come McCain, seppure in parziale discontinuità con Bush, sarebbe in controtendenza. Il senso del cambiamento è forte e l’America vuole percepirlo visivamente. Barack Obama ha chances perché è l’uomo del cambiamento nel momento del cambiamento.

Hillary non vuole mollare, nonostante oggi abbia la certezza matematica di non poter avere la maggioranza dei delegati eletti. Chiede ai superdelegati di ribaltare il voto popolare, ma in realtà pur sperando prende tempo per trattare la resa. La mossa di Obama di organizzare un evento in Iowa per dirsi (quasi)certo della nomination serviva a richiamare il buon senso dei Democrats e per spostare l’attenzione su McCain, ma serviva anche a spiazzare lo staff della Clinton per farle accettare la sconfitta senza troppe pretese. Hillary tiene testa e continua, per lo meno vuole discutere del come. Sa che a giugno, nei tre stati rimasti, potrebbe vincere un po’ più di Obama e dunque scegliere di sostenerlo ricordandogli che si tratta pur sempre di Hillary Clinton.

Fabio Maccione

Pubblicato il 22/5/2008 alle 0.43 nella rubrica Stand for Change.

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